LOVE OF THE GAME

“Buonasera Signori!”

Nel bar di Frank si è fatto un silenzio irreale. Quel saluto è passato sopra le chiacchiere sul baseball, i boccali di birra, le bocciate sul tavolo da biliardo e sembra dire: “Hey gente, c’è un nuovo sceriffo in città!”. In effetti Bing sceriffo, anzi vice sceriffo, lo era stato davvero, per tredici anni, almeno nella finzione cinematografica della serie più longeva e americana di sempre: Bonanza.

Tutti lo riconoscono e si stanno chiedendo cosa ci facesse un attore famoso, fallito e californiano nello stato del castoro. Il suo guardo finisce dritto contro quello di Frank che stringe una bottiglia di birra, si avvicina al bancone e gliela toglie dalle mani, sorseggia e la appoggia con l’aria di chi sembra esserci nato, lì, non a Portland, proprio nel bar. È subito chiaro a tutti che Bing Russell è arrivato per restare. Ma per fare cosa?

Il campionato nazionale di baseball della Major League 1972 aveva visto l’abbandono da parte della squadra locale, i Portland Beavers, della franchigia legata alla città, perdendo il diritto a partecipare ad un campionato con rating AAA. Era scomparso, insomma, lo sport nazionale. Non che questo avesse causato grossi drammi alla cittadinanza che aveva smesso già da tempo di affollare le tribune dello stadio per seguire una squadra incapace di rappresentarli. Niente spettatori, niente business, niente baseball. Semplice.

Bing amava quel gioco più di quanto amasse recitare, era stato mascotte degli Yankees e aveva sognato di diventare un professionista guardando Lefty Gomez, Joe Di Maggio e Mickey Mantle. Non aveva il talento, neppure per guardarle da vicino certe leggende e aveva smesso, quasi subito. Un giocatore fallito. Si era trasferito a Los Angeles per lavorare negli Studios e aveva trovato immediatamente spazio nella sfavillante industria del Cinema hollywoodiano, sognava di vincere un Oscar e lavorava duro per arrivare al grande ruolo. Studiava e si impegnava al massimo, ma non aveva il talento del protagonista, non era John Wayne e allora era rimasto sempre il secondo, il terzo, il vice di qualcuno. Un attore fallito.

Come pure suo figlio Kurt, passato da “bambino-prodigio” a “spiacenti-ma-non-abbiamo-un ruolo-adatto-a-te” nel giro di qualche anno, anche se, avrà modo di rifarsi, credetemi.

Ci mancava solo questa: un attore mediocre con alle spalle un passato inesistente da giocatore che arriva in città con suo figlio, mediocre pure lui, per risollevare le sorti di una squadra fallita. Esatto!

Nell’estate del 1973 Bing Russell formalizza l’offerta per l’acquisto dei diritti territoriali di Portland e sborsa la somma di 5000 dollari per creare una squadra che giochi nel campionato della Minor League del North West: i Mavericks!

Ok, ma chi gioca? Kurt è un buon pitcher, potrebbe fare la sua parte e la farà e poi? Poi da uomo di spettacolo ha un’idea inconcepibile: affidare a Frank, il proprietario del bar, la direzione esecutiva. Stando dietro al bancone conosce benissimo i talenti nascosti tra gli operai e gli sfaccendati della città, grezzi, magari, ma se rispolverati potrebbero essere utili alla causa. Non solo, mette un annuncio sul giornale. Crea un’inserzione ad hoc che stimoli la voglia di rivalsa di tutti i falliti del Paese, i ricusati e gli scappati di casa che credono di non essere stati capiti da osservatori e manager delle squadre professionistiche. Credono. Nessuno tra i dirigenti della Lega e i professionisti dice nulla, il progetto sembra così esagerato e roboante che credono si debba smontare nello spazio della stessa estate. Credono.

Il giorno della selezione Frank e Bing si aspettano una trentina di persone ben motivate e folli, ma all’apertura dei cancelli dello stadio ci sono più di 400 persone provenienti da ogni parte della nazione e decise a prendersi la propria seconda occasione, ad ogni costo. Sembra un vero draft e lo staff messo in piedi per l’occasione visiona scrupolosamente ogni pretendente, scegliendo una rosa di tutto rispetto. Profilo basso, ma spirito giusto.

In pre-season quella manica di scappati di casa, gente con la pancetta e la birra sempre in mano, con le divise sporche e stropicciate, le barbe lunghe e l’aria di chi si è trovato lì per caso, infila 8 vittorie su altrettante partite e i riflettori cominciano ad accendersi, uno ad uno.

I biglietti staccati al botteghino per la prima di regular season sono poco più di venti, ma i ragazzi e Bing scendono in campo come se fosse la finale delle World Series. E così è per tutte le partite del campionato. Infatti i Mavs fanno registrare una vittoria dopo l’altra e anche se non arriveranno ai playoffs al primo colpo, magari l’anno prossimo…

Il punto non è il raggiungimento di un risultato. Almeno non ancora. Per il momento ciò che conta è rispettare lo spirito originario del gioco, respirarne l’essenza, vivere la passione che spinge a mollare il lavoro, la moglie e tutto il resto per potersi allenare, senza compenso, senza prospettive future, solo per amore del gioco. Il professionismo ha smesso di fornire modelli e valori, ha perso la poesia e il romanticismo delle storie di inizio secolo e sta oliando pericolosamente il meccanismo della vittoria ad ogni costo, perché gli investitori pretendono quello. Quella di Bing è una provocazione che prende forma e che diventa più pericolosa di quanto si possa immaginare, la sola cosa che pretende dai suoi è che si divertano, non per chi viene allo stadio a guardarli, ma per se stessi. A proposito, adesso i biglietti staccati sono un po’ di più, i Portland Mavericks segnano il record di presenze ogni epoca con 127.300 spettatori nella stagione 1975. Sports Illustrated tiene a battesimo la Maverickmania.

Qualcosa è decisamente cambiato e nell’ufficio di Frank Peters, allestito nel suo bar, ovviamente, piovono richieste di giocatori che si propongono per un ruolo in squadra. Alla Lega questa cosa non piace, per l’establishement le Minors sono solo dei parcheggi dove lasciare in stallo vecchie glorie o far fare le ossa ai giovani virgulti che andranno a nutrire le Majors di lì a poco, ma i Mavs sono indipendenti, fuori dal circuito e stanno dando una visione ed una visibilità diversa alla faccenda, spostando l’attenzione dei media e degli sponsor. Non va bene così, Bing, devi chiudere il tuo baraccone. Si, ma vallo a dire ai tifosi, non solo a quelli di casa, vai a spiegarlo a quei ragazzi che ormai sono diventati una famiglia e soprattutto vallo a dire a Joe Garza.

Quello in casacca numero 8, con i pantaloni calati sulle terga, in piedi sul tetto della panchina, che agita una scopa in fiamme e sfodera un paio di baffoni da easy rider, ecco, proprio lui! Joe è uno dei più talentuosi battitori che la squadra possa vantare, uno di quelli che spazza via dal campo gli avversari, ma è anche colui che più di ogni altro ha preso in parola Bing e il suo concetto di giocare divertendosi. Non è mai stanco e ad ogni partita si esibisce in uno show personale. Il pubblico non lo adora, è completamente fuori controllo per lui! Un idolo indiscusso e indiscutibile, tanto che ancora oggi se da quelle parti volete dire che qualcosa è incredibile e vi manda in delirio, basta dire “is a Jogarza!” tutto attaccato senza la e per rafforzarne il suono. Inutile dire che Bing incoraggerà ogni sua singola iniziativa e sugli spalti compariranno migliaia di scope, pronte a spazzare via il nemico!

Si, perché quello dei Mavs non è un baraccone punto e basta, non è come dice il Commissioner e non si sta smontando in una estate, quello dei Mavs è baseball. Giocato benissimo, nel modo originario, solido e spettacolare e più i suoi protagonisti sono fuori dalle righe, più il loro gioco è elegante e di classe. I ragazzi non hanno bisogno di omologarsi e di farsi la barba per essere vincenti, tutt’altro. Bing non deve sedersi al tavolo delle trattative, lui fa il prezzo e fissa gli orari dello spettacolo, il resto succede nel campo. Ed è solo amore per il gioco. Ancora una volta.

Adesso però serve un segnale forte, perché gli inquilini dei piani alti vogliono vedere il fallimento, l’ennesimo di Bing che non può entrare in pompa magna a palazzo e fare come gli pare. Non può restare indipendente e al contempo vincere un titolo. Non può.

La stagione 1977 è un tripudio, la squadra è perfetta, ha innestato alcuni giocatori nuovi che si sono integrati alla perfezione, sono belli, simpatici, vincenti. La NBC dedica loro uno speciale di due puntate sulla tv nazionale e l’obiettivo di appendere al muro il gagliardetto è sempre più vicino. I Mavs finiscono primi con il record di 44 vittorie e vanno alle finali contro i Mariners di Bellingham con la consapevolezza di essere i più forti. Qualcuno, però, non è così convinto. È Frank Peters. Sta seduto su uno degli sgabelli e quella sera il bar è chiuso. Alle pareti i ritagli di giornale e la foto che lo ritrae accanto a Bing e a Kurt, sorridenti in panchina. Frank sa che contro il sistema non si può andare senza farsi male. Teme per la delusione che potrà provare il suo amico vice sceriffo di Bonanza, più che per se stesso. Il fatto è che si è accorto già da qualche settimana che le squadre avversarie schierano giocatori diversi, più forti, più potenti. La Lega ha deciso che no, il titolo non lo vincete e ha “invitato” le Majors a fornire qualche aiutino alle relative Minors, fornendo loro giocatori per rafforzarne gli organici. Morale della favola: i Mariners di Bellingham che fino a quel momento non avevano rappresentato un problema per i Mavs sembrano il Real Madrid di Di Stefano e Puskas, alieni. I ragazzi vengono sconfitti, il risultato è buono solo per le statistiche, perché quella partita l’hanno persa sui tavoli direzionali e sulle poltrone di pelle della Lega. Contro il sistema non puoi andarci. Forse l’anno prossimo…

Non ci sarà nessun anno prossimo, nessuna stagione del riscatto, nessuna spazzata Jogarza. I proprietari dei Beavers, la vecchia squadra di Portland, hanno deciso che la città merita la tripla A e vogliono riscattare i diritti territoriali di Bing Russell, facendo scomparire i Mavericks e tutto il loro stravagante e amatissimo circo.

Negli Stati Uniti il baseball non è soggetto alle leggi dell’AntiTrust ma si autoregolamenta in quanto passatempo nazionale. Lo status di cui gode permette alla squadra più ricca di acquistare quella più povera, previa offerta congrua e di cancellarla dalla faccia del campionato, ma non dalla memoria dei tifosi. Gli emissari dei Beavers convocano Bing e gli sottopongono un offerta cinque volte superiore alla valutazione della sua franchigia, circa 26.000 dollari come incentivo a mollare tutto senza grossi pensieri. Peccato che questa strategia non sia applicabile a Russell che esaminato il valore della squadra e l’amore della città per i giocatori e lo staff, rilancia mettendoci uno zero tra il due e il sei. Tanto per dire. Sonora risata degli avvocati che sbattono fuori Bing consigliandogli una visita psichiatrica. Seh. Il fallimento, stavolta, non è contemplato. Il baseball non si tocca e i Mavs non sono in vendita e se lo saranno lo deciderà il giudice, ma dopo aver ascoltato le motivazioni della richiesta di una cifra tanto assurda. Il giudice dell’arbitrato federale ascolta eccome e stabilisce che la società procuratrice dei futuri Portland Beavers dovrà sborsare ai Portland Mavericks e al suo proprietario la somma di 206.000 dollari, la più alta mai pagata per l’acquisto di una Minor.

La valutazione del giudice federale ha ritenuto ragionevole la somma analizzando i dati di incremento dei bilanci societari, le plus valenze sulle cessioni dei giocatori e le statistiche dei players a roster, ma più di ogni altra cosa ha valutato il valore che quella squadra scalcinata ha avuto nella vita sociale della città. Quei ragazzi non erano destinati a vincere, ma a cambiare le sorti del gioco e la sua percezione fra le generazioni future e il business non può permetterlo, allora, se si tratta di monetizzare una passione, tanto vale farlo nella maniera più cinica.

I Mavericks non sono giocatori falliti che hanno avuto la loro seconda possibilità, sono persone che non hanno mai contemplato il fallimento, non hanno mai smesso, hanno solo cercato il contesto migliore per esprimere il proprio talento. Alla faccia dei manager e delle società, dell’etichetta e delle buone maniere, delle uniformi e delle regole, solo per amore del gioco. Grazie Bing!

SKID

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Merry-Go-Round

“Pronto!” “Jim! Sei ancora a casa…” “Oh Perry…scusami…devo aver dormito troppo! Lo sai, non manco mai un appuntamento…ma che ore sono?” “Le due del pomeriggio, Jim” “Scusa, Perry, scusami tanto, non so cosa dirti, davvero. Ti prego di scusarmi. Posso solo chiederti scusa.” “Ok Jim, non importa, ho chiamato un altro dei ragazzi, tranquillo. Sarà per un’altra volta. Jim? Hey Jim?”

Perry sapeva perfettamente che Jim non avrebbe mai mancato un appuntamento, fino a quel momento. Ma quello che gli aveva risposto al telefono non era esattamente il Jim che conosceva, anzi non lo era affatto.

Jim Gordon è nato in California ma non ha l’atteggiamento tipico di chi viene dalla spiaggia. Quando entra in una stanza non puoi fare a meno di restare incantato a guardarlo, non solo per i due metri di altezza e i riccioli biondi che spianano due occhi di mare, ma per l’energia che emana e la tranquillità con la quale accarezza il pavimento, senza mai aggredire lo spazio. Ha un sorriso per tutti, sincero. Una parola gentile e un motto di spirito che lasciano trasparire la sua innata bonomia. Jim ha 17 anni nel 1963 ma di lui si parla in tutto il Paese come del più grande batterista di sempre. Non un promettente batterista, il più grande. Ha già collaborato in studio con gli Everly Brothers e se aspettate qualche anno ve lo ritroverete in tutte le session di Pet Sound dei Beach Boys, lavora per Gene Clark che non muove un dito senza di lui. Si, perché quando si siede alla batteria sembra posseduto dallo spirito di qualche bluesman del sud di inizio secolo, rende jazz tutto ciò che tocca, anche il rock n’roll. Ogni session diventa l’invenzione di un suono nuovo e di lì a poco tutti cercheranno di imitare il Gordon’swing, senza mai potersi avvicinare. Molti colleghi pensano che sia afro, anzi ci scommettono, altri che siano più persone e quindi più braccia, altri lo amano e basta senza chiedersi chi sia realmente. Si perché, questa è una delle migliaia di storie nascoste dietro i credits di un album che conoscete a memoria, ma del quale non sapete nulla. Jim è uno dei musicisti più influenti del secolo scorso, ma del quale non avete mai sentito parlare.

Perry ha riagganciato il telefono ed è rientrato in studio, con la consapevolezza che il suo amico non sarebbe ritornato da quelle parti tanto presto.

Perry Botkin Jr non scrive musica, compone capolavori da Oscar e disco di platino. Lui vede il futuro di una produzione e se non ci vede nulla di buono molla tutto e se ne va. Suo padre Perry Sr era il chitarrista di Bing Crosby, un pezzo della Cultura popolare americana. Ha vissuto in mezzo alle orchestre, ha respirato swing, blues, jazz, latin e tutte le influenze possibili tra gli anni 50 e 70, le stesse che ascoltate nei brani che ha composto e arrangiato. Anche per lui vale il discorso dei credits. Troverete la sua arte diluita nella musica che conoscete, scritta in piccolo sul retro della copertina.

Perry aveva voluto Jim in studio con sé qualche anno prima per mettere su un progetto fino a quel momento rimasto solo nella fantasia dello Stregatto di Alice, ovvero di Mike Viner, sedicente discografico, sedicente produttore, sedicente attivista politico, riconosciuto playboy. Spiego: Viner aveva lavorato per la campagna elettorale di Bob Kennedy, nella corsa alla presidenza del 1968, credeva nei suoi ideali democratici e sperava che il mondo cambiasse rotta, ma sperava pure di fare carriera. Quando Kennedy venne assassinato, l’universo Viner crollò come un castello di carte e lui dovette rimettere insieme i pezzi. Decise di farsi notare producendo un disco chiamato “Il meglio di Marcel Marceau”, ora Marceau è stato il più grande mimo di tutti i tempi, mimo ripeto, dunque il disco prevedeva 19 minuti di silenzio. Più una traccia con 2 minuti di applausi. Solo negli Stati Uniti potrebbe accadere una cosa simile e solo negli Stati Uniti potrebbe accadere che un vero produttore discografico a capo della MGM decida di interessarsene investendo anche del denaro sul progetto Viner, che beninteso, di musica non ci capiva assolutamente nulla.

A questo punto, però, Mike Viner doveva portare qualcosa di concreto a quelli della MGM e decise di fare qualche telefonata per mettere su la più grande orchestra da studio che si potesse immaginare. I sogni non costano nulla. Si, ma qui si parla di Viner ed infatti ci riuscì. Chiamò a raccolta qualche amico, che chiamò qualche altro amico, che chiamò Perry che chiamò Jim. Stava nascendo la Mike Viner’s Incredible Bongo Band.

Siamo nel 1972 e i ragazzi sono le menti più brillanti del panorama mondiale, infatti lavorano senza sosta e scrivono 14 brani in pochi giorni, più centinaia di sessions di prova, scartate, che verranno utilizzate e campionate dai producers di tutto il mondo nel corso dei 40 anni successivi e che diventeranno dei successi planetari, manco a dirlo.

Il singolo più celebrato di quel disco è “Apache”, cover di un brano country degli anni ’60, rivisto e corretto. Il break di batteria suonato da Kat Hendrikse prima dell’ingresso dei fiati è il più famoso di ogni epoca e segnerà la nascita della Cultura Hip Hop, grazie all’intervento provvidenziale di un dj jamaicano residente al 1520 di Sedgwick Ave. South Bronx NYC: Kool Herc (ma questa è un’altra storia).

Un attimo, facciamo ordine. Ma alla batteria non doveva esserci Jim Gordon? Chi è Kat Hendrikse? Beh, diciamo che Jim era parecchio richiesto come turnista ed era oltreoceano per dei concerti, del resto era co-autore di “Layla” con Eric Clapton. Quindi Perry contatta Kat, ragazzino sveglio che butta giù un signor break e fa volare il pezzo. Si, ma voi non lo ascolterete mai. Nella release ufficiale del disco, infatti, la batteria è quella di Jim che rientrato a Los Angeles decide di sovraincidere le sue linee a quelle di Kat e dare linfa nuova e nuovo swing ad “Apache”. O forse era Ringo Starr alla batteria della Incredible Bongo Band? Qui davvero non è tutto chiaro dall’inizio.

Nei credits del disco compare Kat Hendrikse, ma anche Jim Gordon, il problema è che non ci sono prove filmate di chi abbia realmente suonato quei breaks. Leggenda narra, infatti, che potrebbe trattarsi persino di Ringo Starr che in quei giorni era a Los Angeles per collaborare con Jim e che avrebbe potuto mettersi in gioco senza comparire. La cosa veramente importante di tutta la storia è che “Apache” vedrà la luce e diventerà il disco più studiato, campionato, cannibalizzato, remixato, suonato, amato e violentato della storia della discografia. Fino ad oggi.

Lasciamo da parte la resilienza di Mike Viner, la visione di Perry Botkin e la Bongo Band e torniamo a guardare Jim negli occhi.

Qualcosa stava cambiando. Anzi era già cambiato. Jim non sorrideva più e la sua bonomia aveva lasciato il posto ad un aria cupa. Profondamente cupa. Come se fosse da un’altra parte, sempre, in un posto talmente brutto e nascosto che venirne fuori era impossibile. Solo la sua innata gentilezza era rimasta la stessa. Un po’ più nervosa. I riccioli erano più intricati, una nemesi dei suoi pensieri. Aveva preso a frequentare gente nuova, giù alla spiaggia. Aveva sperimentato le droghe, tante, troppe. Ma il suo problema non era quello, il fisico reggeva bene e il metabolismo lo aiutava a smaltire bene tutta la roba. E allora? Nessuno si era mai accorto dei problemi di Jim, perché pochi lo conoscevano fuori dallo studio o dai concerti e quasi nessuno sapeva come fosse da sobrio. Jim soffriva di una forma acuta di schizofrenia che lo trascinava nel baratro inaffrontabile delle sue paure più violente appena lui rimaneva solo, senza musica. Lucido, al buio dei suoi ricordi. Fino a quel momento aveva sempre chiuso la porta della sua cameretta, si era seduto alla batteria e aveva picchiato così forte da non sentire più le voci. Né quella di sua madre, di là in cucina, né quelle nella sua testa che gli dicevano di stare attento, che un giorno o l’altro sarebbe finito male.

Picchiava Jim, suonava forte, più forte, poi piano, sfiorava i piatti per accarezzarli e ricominciava, assolo dopo assolo dopo assolo. Silenzio. “Smettila Jim! Non ne posso più, devi smetterla!”

Quella mattina Jim non volle più ascoltare, non era dell’umore adatto per ascoltare le voci. Corse a casa da sua madre, la afferrò con tutta la forza che aveva e la scaraventò per terra. Si accanì contro il suo corpo e contro i demoni che lo avevano reso fragile e poi lo avevano distrutto allontanandolo dalla musica. La fece a pezzi. Come avrebbe fatto con ogni singola voce, se avessero avuto un corpo. Lasciò tutto così com’era, prese l’auto e si fermò nel parcheggio di un ristorante lungo la strada. Entrando con il suo passo leggero e l’aria tranquilla di chi non pensa più a niente, incrociò lo sguardo di due poliziotti che vedendolo insanguinato, ci misero poco a sapere cosa fosse successo e lo portarono via, senza che Jim mostrasse alcuna resistenza. Libero, forse, da qualcuno dei suoi demoni, ma imprigionato per sempre nel mondo dal quale non sarebbe più uscito.

James Beck Gordon sta scontando l’ergastolo nel manicomio criminale di Vacaville. Nel 1993 ha ricevuto il Grammy per la migliore canzone rock e nel 2005 è stato inserito nella Rock n’Roll hall of fame. Probabilmente avrebbe voluto scusarsi per aver mancato l’appuntamento.

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SKID

 

 

 

The Age of Aquarious

Ready To Fly! La musica mi ha sempre fatto volare, fuori dalla mia stanza, dall’aula di scuola, dalle urla di un ufficio freddo come i corrimano d’acciaio. La musica mi ha permesso di raccontare storie, di andare a vedere cosa ci fosse aldilà e di correre con le braccia tese e il sorriso ad occhi stretti. Oggi accadrà ancora. Fra poche ore prenderò un volo che mi riporterà a casa. Quella che ho scelto, quella dalla quale sono scappato per paura che mi soffocasse o per timore di non meritare il suo calore. Nei prossimi giorni respirerò ogni singola nota ed ogni colore mi rimarrà appiccicato ai palmi delle mani. Terrò il tempo con i piedi, lascerò andare i muscoli del collo, ascolterò le esperienze degli Artisti, cercherò di rubare i loro segreti. Scorrerò. Non come fa il tempo, lineare ed inesorabile, ma come fanno i ricordi ed i fiumi, tortuosi ed impetuosi, senza limiti, da botta allo stomaco.Ci vediamo presto, adesso posso andare.

SKID

http://www.youtube.com/playlist?list=PLf6Wfp6-wiACFIFWXX3PUyy88Ct1SdtUq

Above the clouds

Il 6 Giugno 1989 la Wild Pitch Records pubblica l’album di esordio di un duo proveniente da Brooklyn e rispondente al nome di Gang Starr: “No more Mr Nice Guy”. L’uscita è degna di nota per la critica, meno per il grande pubblico che corre a comprare i dischi (all’epoca ancora si vendevano!) dei De La Soul e dei Jungle Brothers. Perché parlarne allora? Perché quel disco è un invito a nozze per il matrimonio del secolo. La ricerca dei samples da parte di Dj Premier e le liriche fluide e ricche di accenti di Guru celebrano l’unione perfetta tra Jazz e HipHop. C’erano già stati tentativi precedenti, ma mai così consapevoli. Il rap ha definitivamente varcato la soglia degli hoods trafitti di palazzoni project infarciti di degrado e povertà e sta staccando il pass per indossare gli abiti buoni per i jazz club snob e un po’ meno fumosi di quelli della tradizione del sud. 23 Luglio 2016 Dj Premier al secolo Christopher Martin si esibisce davanti al pubblico del Locus Festival di Locorotondo, tra i trulli e gli ulivi e la torba della mia iperattiva Puglia. Il suo spettacolo è un omaggio agli artisti che ammira da sempre, dei quali risuona i brani che ha campionato nelle sue produzioni, grazie alla collaborazione con i The Badder, una band messa su ad hoc, pescando tra i talenti della scena Jazz e soul contemporanea. 

Ho avuto la fortuna di assistere all’intervista di presentazione del concerto. Oltre al ricordo doveroso dell’amico fraterno Guru, scomparso nel 2010, ripercorrendo le tappe della carriera dei Gang Starr, Premier ha sottolineato l’importanza di ascoltare musica. Di coltivare gli ascolti che ci emozionano e ci restano dentro, come è successo a lui con i dischi che sentiva in casa, da bambino, mentre sua madre dipingeva. Non ha mai recitato il vademecum del bravo artista, ha solo detto che fare il proprio lavoro, rispettando il valore di chi c’è stato prima è la maniera giusta per creare qualcosa di personale con un valore assoluto oggettivo. Grazie al lavoro di ricerca e di rinnovo di certi suoni, non solo i Gang Starr sono diventati una leggenda della musica mondiale, ma hanno tracciato una strada definitiva, dando dignità artistica ad un genere straordinario come il rap, avvicinandolo anche al pubblico più scettico. La conclusione è stata che se loro “rubavano” i suoni dei dischi Jazz, adesso sono i compositori Jazz a prendere spunto, diciamo così, dai suoni dei Dj e dei producers. Rimanere arroccati sui propri allori non è mai la maniera di crescere. Tutto si trasforma. Non ho perso neanche una nota del suo spettacolo e l’energia che ho accumulato stenterà a dissiparsi, non so come spiegarlo, se non con le parole di Keith Elam AKA The Guru: Above the clouds where the sounds are original infinite skills create miracles. 
SKID

  

Numeri zero

Sentir parlare chi ne sa davvero, chi ha vissuto sulla propria pelle certe esperienze è un privilegio di cui si sta perdendo il valore. L’accesso facilitato alle informazioni digitali, mette chiunque nella condizione di esprimere la propria opinione nella convinzione di conoscere, solo perché si è letto qualcosa da qualche parte. Per fortuna c’è ancora qualcuno che si prende la briga di andare a trovare le persone, di guardarle negli occhi catturandone le emozioni e di farle parlare. E non si tratta di chiedere loro un'”Amicizia” o di seguirne i pensieri scritti in poche decine di caratteri filtrati, magari commentando una foto, filtrata ancora di più. A prendersi questa briga è stato Enrico Bisi che ha firmato la sceneggiatura e la regia di uno dei documentari, a mio avviso, più curati degli ultimi anni: “Numero Zero” sottotitolo “Alle origini del Rap italiano”. Bisi è andato a trovare i pionieri della musica rap in Italia, recuperandone i ricordi artistici e privati e le esperienze personali, partendo dalla metà degli anni ’80.

Perché cercare il passato? Perché tornare indietro e ascoltare qualcuno che nel frattempo ha anche rinunciato a farlo, magari? Semplice. Quello che stiamo vivendo è un periodo nel quale il linguaggio del rap è entrato a pieno titolo nell’immaginario collettivo come un genere musicale possibile anche nel Paese del bel canto e i dischi di artisti o presunti tali che provano (con alterne fortune) a rimare a tempo sono ormai parte delle “superclassifiche” di gradimento. Bene, no? No, per niente. Sempre più spesso emerge una visione approssimativa, superficiale, infantile, finta di quel linguaggio che è tutt’altro. I mezzi tecnologici alla portata di tutti e la quantità di informazioni disponibili hanno fatto in modo di elevare la qualità e la fedeltà dei suoni, ma hanno raso al suolo la qualità e la fedeltà del significato e del senso artistico e sociale del rap. Sia come espressione musicale autosufficiente che come parte integrante della cultura HipHop.

Come rimediare a tutto questo? Come colmare una parte delle lacune devastanti che emergono dall’attuale florilegio di dischi? Semplice. Ascoltare la voce di chi ha voluto conoscere il significato vero di un suono che si affacciava per la prima volta al di qua dell’oceano e di cui non si sapeva nulla, se non il fatto che fosse potente e rivoluzionario. Anzi, più che saperlo, lo si sentiva addosso fin dalle prime note. Non dover necessariamente cantare su una linea melodica, ma cavalcando una ritmica forte, presente e cadenzata, unito al fatto di non usare per forza degli strumenti reali, ma campionare suoni da altri dischi, risuonandoli in maniera nuova per creare un tappeto sonoro in grado di esprimere sensazioni inequivocabili, ha innescato una bomba artistica senza precedenti. I primi a restare fulminati da questa idea sono stati musicisti provenienti dal punk hardcore e dalle realtà dei Centri Sociali Occupati di città come Milano, Bologna e Roma. Artisti come Speaker Deemo, Militant A, Ice One hanno cominciato a studiare i dischi provenienti dagli Stati Uniti e a cercare un linguaggio che potesse affrontare la sfida di fare rap in italiano. Tutto questo viene raccontato in “Numero Zero” dalla viva voce degli stessi pionieri che ancora oggi, a distanza di trent’anni, conservano negli occhi una luce visionaria coinvolgente e nella voce una calma apparente che prova a mascherare l’emozione devastante che accompagna i singoli ricordi. Quei ragazzi che hanno vissuto il giorno zero e hanno sperimentato tutto il possibile e l’impossibile in fatto di musica, sono uomini consapevoli e ancora innamorati, maturi e talvolta disillusi. La scelta di una parola che possa esprimere meglio il concetto nel testo, lo studio di uno scratch capace di supportare la voce dell’MC, la ricerca del campione ideale per la linea melodica del beat, hanno fatto in modo di creare dischi senza eguali come “Sfida il buio” o “SxM” elevando la qualità del rap italiano a livelli difficilmente ripetibili.

La mia visione reazionaria e conservatrice è espressione di un sentimento fortissimo: le interviste presenti in “Numero Zero” sono piene di contenuti concreti, di significati e di visioni personali ricche di esperienza, non ci sono le logiche di marketing da terza media di youtubers malati di protagonismo e alla disperata ricerca di consensi. Non troverete spunti interessanti sullo “street style”, troverete stile e carisma a tonnellate. Personalità vere, artisti veri, uomini veri. Il viaggio del documentario ripercorre tutta l’evoluzione del rap e dell’HipHop in Italia, fino alla quasi totale estinzione degli artisti della prima era, coincisa con l’avvento delle major discografiche e delle loro strategie di vendita di un prodotto che merce non è.

Avrei un milione di cose da scrivere ancora, ma preferisco non svelare altri aneddoti e protagonisti, sicuramente andrò a rivedere ancora alcune di quelle interviste, saltando sulla poltrona ogni volta che parte un beat ed entra la voce di un rapper, uno vero.

SKID

numero zero

I ain’t no joke

“Never say never, because limits like fears are often just an illusion.” Di solito non scomodo MJ per avere una citazione da sparare ad effetto e non lo farei neppure con Erik B & Rakim per ottenere un titolo accattivante, ma in questi giorni tutto riconduce a loro e spero proprio non sia un caso.

Quali limiti sono disposto a superare? Quali paure devo affrontare perché non diventino draghi capaci di prendersi la mia casa? Credo che la risposta possa dipendere dalla motivazione. Ho lanciato un minuscolo sassolino nello stagno dei social media e ho visto risuonare all’unisono cerchi concentrici in armonia fra loro. Ho capito che il fuoco non lo sotterri con uno strato di cenere, per quanto possa essere spesso. Sono tornato ad ascoltare, a leggere, a chiedere e rispondere. Sono uscito di casa, per tornare a casa. E se è vero che “la passione non è cieca ma è visionaria”, spero di averle dato una motivazione per non abbandonarmi.

La conoscenza è alla base di un’esistenza libera. Più lo studio è profondo e consapevole e meno saranno le possibilità che qualcuno possa condizionare le nostre scelte. Per questa motivazione ho deciso di affrontare i miei limiti e le mie paure e di mettere sul tavolo le carte della prossima mano. Grazie alla pubblicazione di un post, sono entrato in contatto con persone capaci di indicarmi le modalità per non lasciar sottacere il messaggio che le mie emozioni si portano dietro da tanti anni. Sull’onda lunga del mio post precedente (Consciousness) ho deciso di approfondire alcune tematiche presenti all’interno della “HipHop Delcaration of Peace” e non solo e di organizzare un ciclo di incontri e di seminari aperti al pubblico. Il confronto e l’approfondimento potranno essere un punto di partenza per chi volesse saperne di più e sicuramente un modo per rendere omaggio all’opera straordinaria di persone che hanno cambiato la mia vita e quella di milioni di persone nel mondo. Ho pensato di farlo nella mia città, naturalmente, coinvolgendo chiunque voglia partecipare attivamente. La Storia, le storie, le biografie, le opere d’arte e di studio, le emozioni e le motivazioni. Solo così credo che sia possibile compiere un viaggio, scegliendo la strada. Umberto Eco, riprendendo una teoria di Zygmunt Bauman, sostiene che la nostra sia una “società liquida”, incapace di creare qualcosa di culturalmente definitivo, ma votata al consumismo, perfino quello intellettuale, non fine al possesso di un oggetto, ma al continuo possedere senza appagamento. Rottamando, contestando, demolendo, senza avere la minima idea di come si possa costruire, migliorare, accrescere. In questo interregno che non vede ancora il suo apogeo, non può che esistere solo individualità, la collettività e la condivisione non hanno senso, se non nella logica dell’ostentazione. Distruggere è molto più semplice che costruire, perché si parte dalla certezza che qualcosa esista, benché fatta da altri. Prendersi le proprie responsabilità e proporre visioni personali e progetti fattibili è estremamente più complesso.

Senza scomodare oltremodo la sociologia, vorrei solo dire che nonostante io abbia dovuto fare i conti con le logiche dell’interregno, ho deciso di impedire ai fantasmi di tornare a prendersi lo spazio delle emozioni più dolci, questa volta cercando di creare un’esperienza collettiva. Nel vero senso della parola. I ain’t no joke!

SKID

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“Mi stavo chiedendo..dove sono stato tutto questo tempo?
Lontano da una cosa che mi piace per colpa di un ambiente che non mi è mai piaciuto
Devo rimetterci le mani sopra
(anche se dove sei stato non si sta poi così male…)
beh allora diciamo..

Diciamo che mi son preso una pausa
Diciamo che neanch’io ne so la causa
Lasciando la mia immagine fissata in quella foto mimetico
Strisciando nel liquame dove nuoto mi medico
Ci furono più di quattrocento colpi
Insane metamorfosi di discorsi distorti
Panni sporchi di stronzi disposti
A vendere la madre per restare ai propri posti.”

Lord Bean – Il tuo fottuto nome

 

 

Consciousness

16 maggio 2001. New York sembra davvero non aver dormito. Le mani di Lawrence non stanno ferme un secondo e aspettare davanti al presidio di polizia gli sembra una tortura. Alza gli occhi per capire dove finisca l’acciaio e cominci il cielo.

Lawrence di cognome fa Parker e il mondo ha imparato a conoscerlo con lo streetname di KRS-One. Ha venduto milioni di dischi e tenuto migliaia di concerti in tutti i continenti, ha insegnato nei licei e nelle università, ha scritto libri, parlato alle folle, ritirato premi e riconoscimenti, ma stamattina è impossibile tenere a freno l’emozione. Nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite sta per cominciare una cerimonia solenne nella quale l’UNESCO sta per consacrare l’hip-hop.

Sembra la sceneggiatura di un film blaxploitation, uno di quelli diretti da Melvin Van Peebles, nel quale la finzione scenica porta un avvenimento assolutamente irreale all’interno di un contesto preciso e ricostruito perfettamente, rendendo la storia verosimile. Invece no. E’ tutto vero. Le massime istituzioni rappresentati gli Stati del Mondo libero stanno leggendo le motivazioni per le quali hanno deciso di conferire all’hip-hop lo status di Cultura. Da oggi in poi verrà universalmente riconosciuta come tale, definendone i criteri di sussistenza e le finalità a cui tende.

Scappare di casa a 14 anni, vivere in una comunità Hare Krisna di Brooklyn schivando tutte le possibilità di perderti che un’esistenza così può presentarti, probabilmente ti consente di capire prima e meglio quale possa essere la strada giusta. Non solo per te stesso, ma anche per la tua comunità e forse per il mondo intero. Il terreno sul quale poggiano i valori di pace, amore, unità e divertimento è sempre la conoscenza. Lo studio approfondito delle proprie radici, del percorso che queste hanno compiuto per trarre nutrimento dal cemento, la consapevolezza che la nostra storia non debba scriverla qualcun altro. Riconoscersi parte di un progetto continuo, capace di crescere e di modellarsi a seconda dei contesti che incontra, pur rimanendo profondamente fedele a se stesso, vuol dire restituire possibilità immense a chi non immagina neppure di averne.

Poter danzare, cantare, suonare, dipingere, esprimendo la propria vera natura e utilizzando un linguaggio comune, rende universale l’arte che ne deriva. Sia nella comprensione che nel valore.

Ho conosciuto KRS-One nel backstage di un concerto qualche anno fa, non ho avuto bisogno di chiedergli quasi nulla, pur avendo un vulcano nel cervello, perché il suo modo di parlare, di insegnare, tanto semplice quanto diretto e comprensibile, ha risolto ogni mia curiosità. Le sue risposte sono sotto gli occhi di tutti, come quelle di tutti i veri ambasciatori dell’hip-hop mondiale e non consistono tanto in ciò che fanno, ma in come vivono.

Il solo modo che ho per chiudere questo articolo è ringraziare. Grazie a tutti coloro che hanno pensato si potesse fare e lo hanno reso reale. Grazie a chi continua a farlo e ad accrescerne il valore ed il prestigio. Grazie a chi, pur non comprendendo a pieno la grandezza di certe cose, le rispetta studiandone la dimensione e la portata e dando il proprio contributo, inestimabile. Grazie a tutti i b-boys, i dj’s, gli mc’s e i writers del mondo che continuano a rendere omaggio a KRS e a tutti gli altri, portando il livello delle quattro discipline, sempre più in alto.

SKID

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The Hip Hop Declaration of Peace

  1. Hiphop (Hip Hop) è un termine che descrive l’indipendenza della nostra coscienza collettiva. Perfino col passare del tempo, è espressa comunemente attraverso elementi quali Breaking, MCing, Writing, DJing, Beatboxin, l’abbigliamento, il linguaggio di strada, la conoscenza  e l’intraprendenza. L’Hip Hop manifesta ovunque e sempre questi (o eventuali futuri) elementi. Questa dichiarazione  illustrerà l’uso e l’interpretazione di tali elementi, espressioni e stili di vita.
  2. La Cultura Hip Hop rispetta la dignità e la santità della vita senza discriminazioni o pregiudizi. Gli Hippoppers esamineranno a fondo lo sviluppo della loro vita, prima che le decisioni individuali distruggano o cerchino di alterare il suo naturale svolgimento.
  3. La Cultura Hip Hop rispetta le leggi e gli accordi della sua società, del suo paese, delle sue istituzioni e di qualsiasi cosa con cui abbia a che fare. L’Hip Hop non infrange irresponsabilmente le leggi e gli impegni.
  4. Hip Hop è un termine che descrive l’indipendenza della nostra coscienza collettiva. Come stile di vita consapevole, noi riconosciamo l’influenza che abbiamo sulla società, specialmente sui giovani. Per sempre terremo i diritti e il benessere di entrambi a mente. La Cultura Hip Hop incoraggia la fratellanza, la cooperazione tra uomini, donne, ragazzi e la famiglia. Siamo consapevoli di non essere portatori intenzionali di qualunque forma di disprezzo che potrebbe compromettere la dignità e la reputazione dei nostri figli, anziani o antenati.
  5. Non va dimenticata l’abilità di definire, difendere e educare noi stessi incoraggiando, sviluppando, preservando, proteggendo e promuovendo l’Hip Hop come un mezzo che abbia come scopo la pace, la prosperità e la crescita di noi stessi. Attraverso la conoscenza  delle proprie intenzioni e grazie allo sviluppo delle proprie abilità acquisite, gli hiphoppers sono incoraggiati a proporre e presentare sempre le loro migliori idee e i loro migliori lavori.
  6. La Cultura Hip Hop non onorerà nessuna persona, evento o atto le cui attività non rispettino i suoi principi e elementi. La Cultura Hip Hop non parteciperà in attività le cui intenzioni sono chiaramente quelle di distruggere o alterare la sua prerogativa di avere un’esistenza pacifica e produttiva. Gli Hiphoppers sono incoraggiati ad iniziare e partecipare con onestà in tutte le transazioni e trattative.
  7. L’essenza dell’Hip hop è ben oltre il semplice intrattenimento: i suoi elementi possono essere mezzo per acquisire soldi, onore, forza, rispetto, supporto, sostentamento, informazioni e altre risorse.  Ciò nonostante l’Hip Hop non si può comprare, né si può svendere. Non può essere mai trasferito o scambiato a nessuno per alcun valore e in nessun modo. L’Hip Hop è un principio senza prezzo per ogni persona responsabile. L’Hip Hop non è un prodotto.
  8. Aziende, imprese, organizzazioni che siano profit o non-profit, oltre che essere entità che beneficiano chiaramente dell’uso, interpretazione e/o sfruttamento del termine hiphop (o Hip Hop o hip-hop), o dalle sue espressioni e dalle sue terminologie, sono tenute a chiedere spiegazioni a specialisti della Cultura Hip Hop per l’interpretazione e l’eventuale chiarificazione di principi o elementi, affinché avvenga una corretta presentazione del fenomeno, in questa società come nelle altre nazioni.
  9. Il 3 maggio è il giorno della musica Rap. Gli Hippoppers sono incoraggiati a dedicare il loro tempo e talento alla crescita personale e alle loro comunità. La terza settimana di Maggio è la settimana dell’Hip Hop appreciation. Durante questa, gli Hiphoppers sono incoraggiati a onorare i loro pionieri, a riflettere sui loro contributi culturali e ad apprezzare gli elementi e i principi della cultura Hip Hop. Novembre è il mese storico per l’Hip Hop. In questo periodo  i b-boys sono tenuti a partecipare alla trasmissione, all’apprendimento e alla celebrazione della storia dell’Hip Hop e dei suoi contributi storici.
  10. Gli Hiphoppers sono incoraggiati nel costruire significative e durature relazioni che supportino l’amore, la fiducia, l’uguaglianza e il rispetto. Gli Hiphoppers non dovrebbero tradire, sfruttare o imbrogliare i loro amici.
  11. La comunità Hip Hop è da considerare come una consapevole cultura internazionale che fornisce a ogni razza, tribù, religione e popolo una base per la comunicazione delle loro migliori idee e dei loro migliori lavori. La Cultura Hip Hop è unita come popolo avente disparate abilità, fedi religiose e origini e si impegna nel raggiungimento e nello sviluppo della pace.
  12. La Cultura Hip Hop non partecipa deliberatamente o volontariamente a qualsiasi forma di odio, disonestà, pregiudizio o furto. In nessun modo saranno adottati atteggiamenti violenti al suo interno. Coloro che intenzionalmente violeranno i principi di questa dichiarazione o volutamente rifiutano i suoi consigli, rinunciano di loro volontà ai benefici riportati in questo documento.
  13. La Cultura Hip Hop rifiuta l’infondato impulso immaturo dell’azione violenta e cercherà sempre la strategia diplomatica, pacifica, per la risoluzione di ogni disputa. Gli Hippoppers sono incoraggiati a considerare il perdono e la comprensione prima di compiere ogni atto di ritorsione. Lo scontro è concepito come ultima soluzione ove vi è l’evidenza dell’inadeguatezza per ogni mezzo di diplomatica negoziazione.
  14. I b-boys sono invitati a combattere la povertà e le ingiustizie, a plasmare una società più presente e giusta e un mondo più pacifico. La Cultura Hip Hop supporta il dialogo e le azioni che provvedono ad eliminare le divisioni nella società, indirizzando le legittime intenzioni dell’uomo e avanzando la causa della pace.
  15. Gli Hiphoppers rispettano la natura e imparano da questa, a prescindere dalla loro provenienza. È un dovere sacro pensare a se stessi per la propria sopravvivenza come essere vivente libero e indipendente. Il nostro pianeta Terra ci ha cresciuti e allevati, e i b-boys sono tenuti  a rispettare la natura e tutte le creature che la abitano.
  16. I pionieri, leggende, maestri, anziani e antenati non dovranno essere inappropriatamente citati, mal rappresentati o disprezzati in alcun modo. Nessuno dovrebbe  spacciarsi per leggenda o pioniere senza che riesca a provare con fatti o testimonianze la sua credibilità e il suo contributo nella cultura Hip Hop.
  17. Gli Hiphoppers sono invitati a condividere le loro risorse. Dovrebbero  farlo quanto più liberamente e spesso possibile. É dovere di ogni b-boy assistere quando possibile i compagni nel momento del bisogno, siano queste sofferenze o ingiustizie.  L’Hip Hop mostra maggiore rispetto e credibilità quando gli hiphoppers si rispettano a vicenda. La Cultura è preservata, nutrita e sviluppata quando coloro che ne fanno parte si preserveranno, aiuteranno e miglioreranno a vicenda.
  18. L’Hip Hop mantiene una genuina, cooperativa e benefica unione pienamente cosciente, e si impegna con convinzione alla promozione, insegnamento, interpretazione, difesa e modifica di questi principi appena elencati.

Giorni di un futuro passato

Non mi è mai piaciuto processare il passato. Non lo trovo utile a capire ciò che è accaduto e, cosa ancora più importante, immagino che mi impedirebbe di vivere serenamente il presente. Ho cercato di mettere da parte con lo stesso metro di misura sia gli applausi che i fischi. Penso che l’esperienza mi aiuti a migliorare, ma in ogni caso, il presente che vivo riflette perfettamente il me stesso relativo al momento. Tutto questo di norma, poi qualcosa accade che conferma la regola smentendo tutti i buoni propositi e le tesi precedenti. Questo qualcosa è partito da un ricordo.

La pioggia stava diluendo il fine settimana facendo scivolare il sabato in una grondaia sbilenca. Ho attraversato le viuzze del centro storico ad intervalli regolari cercando riparo sotto i balconi più sporgenti. Mani in tasca, testa bassa. L’insegna di un panificio ha illuminato un angolo che avrò svoltato migliaia di volte, ma che in quel momento mi ha costretto a rallentare il passo e a guardare le luci al neon ingiallite.                                               Ho sentito il calore prendersi le mie guance salendo dallo stomaco. Le risate dei miei amici si sono fatte reali e le loro voci indistinte mi hanno portato indietro di dieci anni.

Ho avuto solo il tempo di riflettere quanto siano cambiate le cose per me, prima che una sensazione dolcissima mi battesse sulla spalla. Devo dire che la nostalgia non mi stava stretta, anzi, l’ho sentita confortevole e ho lasciato che mi pervadesse senza opporre resistenza. A quel punto tanto valeva sorriderle scrollando le spalle e tornare a casa.

La serata è trascorsa serena e ogni tanto mi sono rifugiato in quella nostalgia via via rarefatta. Prima di andare a letto, ho dato un’ultima occhiata alla pioggia e ai ricordi e ho capito che il motivo di tutto sta nel fatto che con quel periodo della mia vita non ho ancora fatto i conti. Non ne ho risolto le contraddizioni e i conflitti, di conseguenza appena può, torna a farmi visita.

Le pagine di questo blog, come ogni altro tentativo artistico che compio, lo devo alle sensazioni provate allora. Erano i giorni più creativi che abbia vissuto, tutto girava attorno alla musica, alla pittura, alla poesia intese come ricerca continua. Suonavo tanto e componevo, scrivevo e ascoltavo, mi confrontavo con chi viveva come me per crescere nella bellezza di vedere concretizzata un’idea, la più prossima possibile all’ideale. Lavoravo solo per pagarmi la possibilità di tornare a casa o in studio ed essere me stesso. I miei amici erano coinvolti e trasportati dall’entusiasmo che mi leggevano negli occhi o ascoltavano dalla mia voce. Tutto era nuovo. Tutto si accompagnava a superlativi assoluti, perché sciolti da qualsiasi altra cosa avessimo fatto prima. Perdeva valore il singolo e non vedevamo l’ora di condividere un’intuizione. Viaggiavo tanto per andare ad incontrare chi potesse avere la mia stessa fame, spesso restando deluso, ma molto più spesso tornando a casa ancora più carico e consapevole. Ho avuto la fortuna di poter conoscere molti dei miei artisti preferiti, di poter prendere da loro il possibile, restituendo ciò che mi fosse concesso. Suonare dal vivo era la maniera migliore per prendere forma, come una spugna in una bacinella ricolma. Ho stretto più mani allora che nel resto della vita e quel calore mi manca. Non saprei dire nemmeno quanto. Ho rincorso pensieri e immagini, visioni e suoni, senza esserne minimamente stanco.

Tutto questo può avere fine? Non credo. Nel mio caso si è interrotta la quotidianità, ho lasciato che qualcuno prendesse il mio posto, senza fare nulla. Scivolando in una scala mobile, provando ad andare in senso contrario. Non è stato graduale, purtroppo. Per questo motivo ho lasciato tutto in disordine, coi piatti da lavare e i letti da rifare. Ho messo un punto al centro di un pensiero, impedendone la conclusione. Sospeso.

Non faccio mai tornare il passato, a patto che sia davvero passato. Per ora diciamo che è in ritardo e forse è colpa della pioggia.

Ho guardato le luci per la strada, le pozzanghere erano ferme. Ho sistemato il cuscino, ho dormito tranquillo. Scrivo. La pioggia non smette, ma prima o poi lo farà.

SKID

C’era una volta mi ricordo ma è stato tempo fa

c’era il bisogno di scoprire come andare un po’ più in là

di un amore corrisposto dove a perdere è chi fugge

c’era una volta chi adorava stare fuori da quel gregge

ed era solo ridere per non sentirne il peso

ed ogni attimo impiegato era quello meglio speso

c’erano labbra rotte e mani fredde che stringevano

e grida di speranza che adesso non si sentono

i baci che bruciavano scambiati fra le chiacchiere

c’era da stare attenti a chi indossava mille maschere

in una città più bella dove si ballava in cerchio

si rimaneva al margine imparando dal più vecchio

c’era un nome che brillava marchiato su un vagone

brilla ancora fiero e libero non lo cancella il sole

c’era un’altra stanza in cui perdere la testa

preparandosi per giorni per il giorno della festa

si cercava di carpire voci sempre più lontane

e i discorsi alimentavano mille leggende urbane

c’era una volta rinunciare sempre a cuor leggero

alle amicizie che pensavano non fosse amore vero

per qualcosa di più grande che ti porti addosso

per il sangue che scorreva ogni giorno un po’ più rosso

ma adesso solo nebbia che mi avvolge tutto intorno

e gli occhi di un guerriero che aspetta un nuovo giorno.

Dove osano le aquile

“Hanno detto che avevo paura delle altezze. Ma all’epoca facevo sessanta salti di allenamento, che non è certo qualcosa che qualcuno che ha paura delle altezze farebbe.”
“Ma lei aveva paura di saltare?”
“Naturalmente! C’era sempre la possibilità che il mio prossimo salto sarebbe stato il mio ultimo salto. Una grande occasione.” 

L’intervistato non è uno sportivo come gli altri, la sua disciplina non è come le altre e nulla di questa storia è come le altre storie. Certe meteore sono destinate ad impattare in maniera tanto devastante da cambiare il corso degli eventi futuri. Ma non mi farei trarre in inganno dalle sue parole spericolate, Michael Edwards è andato oltre il limite consentito.

Michael detto Eddie (francamente spiegare come da Michael si arrivi ad Eddie è impresa impossibile, ma il mio accorato invito è quello di mettere da parte la logica naturale delle cose) viene al mondo un pomeriggio di dicembre, freddo come pochi, del 1963 a Cheltenham nella regione del Gloucestershire, Inghilterra sud occidentale.                               Da quelle parti il calcio più che uno sport è l’unico modo per rendere giustificata la propria presenza sulla faccia della Terra. Ma anche altri di grande tradizione come il cricket o il rugby sono rappresentati degnamente. Eddie sceglie di seguire la sua passione senza ammettere repliche: lo sci.

Ora, se c’è una nazione che ama lo sport quella è l’Inghilterra, ma quando è troppo è troppo! Benedetto ragazzo, ma dove pretendi di allenarti? Su quali piste innevate di fresco? E per farne cosa, poi, gareggiare? Contro quali agguerriti avversari? Niente da fare. A tredici anni inizia a praticare lo sci alpino, già. Il suo obiettivo dichiarato è quello di partecipare alle Olimpiadi invernali. Nobilissimo intento, peccato per i risultati che definire “non di livello” vorrebbe dire commettere un falso storico, diciamo che non erano neppure dei risultati. Meglio mollare, Eddie. Si, ma solo per passare allo sci nordico. Ecco, appunto. Se con la variante alpina non era stato amore corrisposto, con quella nordica le cose non migliorano, anzi, rischia che il primo appuntamento resti pure l’unico. Anche se…anche se? Ci sarebbe una cosina che ho visto fare…Siiiii? Si! Salto!

Caro Michael detto Eddie, precisiamo che stai parlando di salto dal trampolino con gli sci. Sport norvegese di grande prestigio, praticato per lo più da atleti con caratteristiche fisiche tali da sopportare voli di 200 metri ed atterraggi al limite della follia sulla neve fresca. Delle aquile, insomma. In quanto al requisito relativo all’essere svitati, ci siamo, ma per il resto non sembri tagliato per volare. Con il dovuto rispetto, i tuoi occhialoni da miope non lasciano presagire nulla di buono e col resto non è che vada tanto meglio. Che fai, molli? Macché. I sessanta salti di allenamento al giorno fanno in modo che la sua tecnica si affini ai limiti dell’accettabile e qualcosa di decente comincia a vedersi.

L’ostinazione di certe persone le rendono simpatiche anche ai puristi più intransigenti, magari Eddie non sarà un talento purissimo, ma salta. L’impegno e la dedizione rispettosa, uniti ad una passione fuori portata, gli permettono di prendere parte alla Coppa del Mondo 1986 dopo aver mancato la qualificazione alle Olimpiadi invernali di Sarajevo due anni prima, quando ancora si cimentava come discesista. Debutta ufficialmente il 30 dicembre in Austria, risultato dal trampolino: si piazza 110°! Diciamo che almeno abbiamo rotto il ghiaccio, in senso letterale più che metaforico. E diciamo pure che il miglior piazzamento in Coppa per lui sarà un 94° posto da antologia.

Il Comitato Olimpico Internazionale garantisce a tutte le nazionali la partecipazione di almeno un atleta per ciascuna disciplina, indipendentemente dalle sue prestazioni nelle tappe di avvicinamento ai Giochi. Così, Michael Edwards parte per Calgary 1988 e sarà il primo atleta britannico della storia a partecipare alle gare di salto in una Olimpiade.

I giornalisti di tutto il mondo fanno a gomitate per assicurarsi una dichiarazione di Eddie. Del resto è un fiume in piena, simpatico e a suo agio come solo chi non sente alcuna pressione addosso può essere in certe circostanze. La sua dose di genuina follia lo ha portato a coronare un sogno impensabile e ad avere l’onore di rappresentare la Gran Bretagna.

Appena sceso dall’aereo si scatenano le fantasie delle penne più aguzze del giornalismo sportivo e all’istante gli viene appiccicato il nomignolo di “Mr Magoo”. Perfetto! La miopia è quella e l’incoscienza è pure più lampante, se possibile.

Nella prima delle due gare previste, il pubblico è tutto dalla sua parte e persino il Presidente Reagan interrompe una riunione alla Casa Bianca per seguire le sue imprese. L’aquila vola, vola e atterra dritta dritta al 58° posto, ossia l’ultimo.

Seconda gara e le cose migliorano. Solito tripudio di pubblico, solito volo in stile Eddie e piazzamento al 54° posto stabilendo il record britannico con un volo di 73,5 metri.

Non so voi, ma io vorrei scoprire dentro di me una porzione di Eddie. Capire quanto importante sia una passione e coltivarla quotidianamente anche a rischio di sembrare squinternati. Provarci per il gusto di provare e trovare sensazioni capaci di indicarci la strada. La nostra. L’unica che ci calzi a pennello e ci consenta di volare senza il problema dell’atterraggio in bello stile o della distanza da percorrere o della neve che non vuole saperne di venire giù.

Alla cerimonia di chiusura dei Giochi di Calgary, il presidente del Comitato Organizzatore, Frank King, ringraziò così Eddie: “In questi giochi, alcuni concorrenti hanno vinto l’oro, alcuni hanno battuto tutti i record, e alcuni di voi hanno addirittura osato oltre ogni proprio limite come solo le aquile sanno fare.”

L’impatto del saltatore di Celtenham ha rotto tutti gli schemi e nonostante il successo mediatico e l’amore della gente comune, il CIO decreta che nessun altro sportivo potrà più partecipare alle gare senza averne i requisiti sportivi. Ogni disciplina sarà regolamentata e affrontata sulla base di risultati minimi da raggiungere per accedervi in via ufficiale.

Il vero spirito olimpico, quello dell’atleta non professionista che dà tutto per amore dello sport, quello diciamo così “decoubertiniano”, è custodito nel cuore e nella follia di persone uniche capaci di imprese straordinarie, anche quando arrivano ultime. Non so voi, ma io vorrei scoprire dentro di me una porzione di Michael “Eddie the Eagle” Edwards.

SKID

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Let the music play

A volte capita che le cose prendano un piega inaspettata e per qualche ragione ti diano possibilità che neppure immagini. Tutto ciò che fino ad ora è stato importante per me, si è sempre presentato alla mia porta come un refolo leggero. Un soffio appena percettibile ma capace di alimentare un fuoco vivace fino a farlo diventare una vampa di passione. Ricordo perfettamente il momento in cui ho imbracciato la prima chitarra, un vecchio arnese di legno a sei corde retaggio di chissà quale intento di mio padre. La tenevo come dovesse esplodermi tra le mani da un momento all’altro, ne avevo quasi timore. Il fatto è che fino al giorno prima avevo scimmiottato Michael J. Fox che improvvisa “Jhonny B. Goode” di Chuck Berry in “Ritorno al futuro” sostituendo la sua Gibson 335 Cherry meravigliosa con una racchetta da tennis. A cinque anni non avrei saputo fare di meglio. La musica era entrata in casa mia spacciandosi per una racchetta, trasformandosi in un vecchio arnese e diventando finalmente se stessa. Ho studiato per anni e lei mi ha mostrato il suo volto più duro e crudele, quello più istituzionale e polveroso, fatto di moquette e parrucconi, mezzi busti e dogmi da non mettere mai in discussione, quello del Conservatorio, insomma. Nonostante io e lei avessimo avuto un periodo travagliato, ho capito che le sue intenzioni erano buone e che i presunti custodi dell’arte di Euterpe, in realtà altri non erano che vecchi tromboni scordati e frustrati. Ci siamo frequentati di nascosto, quasi clandestini. La cercavo in programmi radiofonici notturni che nessuno ascoltava, la leggevo attraverso le vite di chi le aveva dedicato l’anima e il corpo, vendendosi al diavolo per un assolo fatto a mestiere. Finché un giorno ho sentito battere il suo cuore: cassa-rullante-cassacassa-rullante. Bentornata. Il soffio leggero che aveva tenuto su le mie mani, adesso mi soffiava forte e schietto sulla faccia. Bruciammo di passione senza che me ne rendessi conto. Non ho più voluto fare altro che seguire quel battito ed incastrarci su parole a misura. Niente pause, niente soste. Lei non gradisce interferenze ed esige di essere l’unico pensiero dalla sveglia ai sogni. Ci siamo presi, ripresi, ripresi ancora, ma mai lasciati. Ogni volta che salivo su un palco lei si mischiava tra la folla e mi insegnava a regalare emozioni, ogni volta che ci chiudevamo in studio per registrare, mi costringeva a fare i conti con le mie. Ero nudo di fronte a lei ma mai fragile o in imbarazzo. Credo lo sapesse perfettamente e non si è mai presa gioco di me.

L’altro giorno l’ho incontrata, per caso. Un amico mi ha chiesto di passare a trovarlo in radio per fare una chiacchierata durante il suo programma e magari far conoscere questo blog. Era lì. Bellissima. Vestita di blu e di bianco. Appoggiata alle pareti rivestite di spugna chiodata. Un cenno dalla regia, i saluti di circostanza e un’ora trascorsa a raccontarmi e a dirle cosa ho fatto mentre era lontana. Ascoltare le voci in cuffia e scegliere i pezzi da passare, raccontarsi e raccontare, dare tanto e ricevere esponenzialmente di più, forse era il modo giusto per ritrovarsi. Sono uscito sistemandomi la giacca, lei ha accennato un sorriso e mi ha accarezzato le guance calde. Forse ci rivedremo presto, magari in radio, ha visto i miei occhi brillare e sa che la amo ancora.

SKID

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